TRADIZIONI E CUCINA

L’ALTRA COSTIERA AMALFITANA

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Una dimensione in cui il tempo si è fermato.

Dove la manualità incontra l’arte.

Ma con umiltà.

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La storia di Furore ha tre varianti, ma volendo anche di più e per ciascuna di esse si snodano altri percorsi velati di mistero e fascino, raccontati con una sottile patina autoironica. Non troverai una sintesi frettolosa della storia di Furore e del suo Fiordo in questo articolo, ma ti presenteremo chi te la racconterà dal vivo.

Se ti definisci un turista culturale che tende al tradizional-popolare, all’enogastronomia e al paesaggio “Bacco” lo trovi a Furore, ma è anche vero che Furore è “Bacco” e Bacco è decisamente un bel po’ di Furore.
Si entra da Bacco dopo una serie di tornanti in salita, che curva dopo curva trascinano lo sguardo verso il basso, pur salendo…sempre di più. Il panorama è di quelli che farebbero apprezzare la vita anche al più pessimista degli esseri umani. Ma una volta arrivati a destinazione si scopre un universo culturale e comportamentale, di natura squisitamente umana.

Se entri in un tardo pomeriggio autunnale ad accoglierti c’è Letizia alla reception. Molto probabilmente sarà la prima persona che vedrai, avvolta da una luce tenue e rossastra, che viene dai finestroni da cui si vede quel tramonto spettacolare. Devi far fatica a non distrarti perché da quel punto il tramonto è bellissimo e Letizia ha una voce troppo gentile e limpida per imporsi alla tua attenzione vagante tra i raggi del sole e il panorama in basso. Ti converrebbe entrare appena il sole è calato, così potrai apprezzare meglio senza distrazioni quel timbro di voce ospitale che ti illustra le camere e facilities che ti verranno date, mentre tra un’ opzione e l’altra comincerai subito a capire che dietro ogni oggetto c’è una storia, dietro ogni quadro c’è un motivo. Ti accorgi subito che quel luogo non è anonimo, che è vissuto, ma chi te lo introduce non ti fa per niente sentire quel peso…Il peso della storia.

Sali e la tua camera ha una vista pazzesca. Non trovi ancora la volontà di fare una doccia calda perché sei letteralmente preso dalle vedute e ti siedi, ti rialzi, esci fuori e non credi ai tuoi occhi. Le forze che ti daranno la volontà di spogliarti, entrare in bagno e poi rivestirti le troverai negli odori di cucina che sentirai. Cercherai di capire da dove provengono e capirai subito che è ora di cena e di conoscere Domenico, il fratello di Letizia. Sarai giù pronto, senza rendertene conto, mosso da ventate di entusiasmo, dal vocio, dai suoni, dalla musica delle voci. Rapido e preciso, educato per ipersensibilità e valori acquisiti, cerca di comprendere che “turista” sei e decidere di conseguenza se consegnarti direttamente le chiavi della storia oppure aprire le porte un po’ ala volta. Ma non hai scampo la storia ti inseguirà. Domenico ti osserva con l’aria di chi vuole personalizzare il tipo di accoglienza e si augura che tu sia un viaggiatore, non propriamente un turista. Se sei un empatico, un viaggiatore neo romantico e manifesti un barlume di curiosità verrai proiettato vertiginosamente in un universo in cui tutto ha un sapore di storia, una storia condita da vissuti emotivi, dove persino il minimo ingrediente preparato dalle mani di Erminia ha un significato simbolico.

Erminia è mamma, è nonna, è amica, è zia, Erminia è anche la cucina, ma la cucina non fa Erminia. E’ la saggezza popolare che si traduce nella contemporaneità e rivive in forma di gesti, sorrisi, comunicazione impercettibile. Ermina è la quintessenza di ciò che un turista culturale desidera quando viaggia. Letizia, sua figlia, ti da il benvenuto, mentre Domenico ti traghetta dal semplice vedere al pieno sentire ed Erminia ti culla in questa grande oasi di pace che è il piacere del gusto, unita alla fruizione della conoscenza storica locale, che cominci a toccare con mano.

Ma dov’è questa storia’ Cos’è tutto questo? Cosa c’è dentro? Dove la trovo la narrazione?

In questo universo c’è Pietro, che assieme ad Erminia fa la cucina ed è la cucina nella sua essenza. Pietro è la personificazione di un vecchio saggio in età giovanile. E’ quella figura che immagini quando un anziano ti è particolarmente simpatico e ti chiedi: “chissà com’era da giovane”. Pietro da giovane è Furore, nella sua variante storica più sacra. E’ il pezzo di pane che prepara con le sue mani, facendo un ritratto di sé stesso, della sua autentica semplicità.

Erminia e Pietro assieme sono due soli e due lune, lei bambina da adulta e lui grande da giovane. S’incontrano in una età di mezzo che ne determina lo spettacolo dei palati di tutti gli avventori, turisti, astanti e perché no…fotografi! Vederli cucinare è un’esperienza cognitiva, totalmente emozionale e formativa. Assistere alla produzione di quanto cucinano vuol dire assistere alla materializzazione delle loro personalità che reinterpretano la storia locale e la traducono sotto forma di piacere del gusto e degli occhi a ogni ospite.

Con loro e attorno a loro ci sono altri protagonisti che vi racconteranno storie. Vi troverete diversi frammenti di un unico grande racconto. C’è Imma, la moglie di Domenico. Imma è tre volte mamma, ma è anche tre volte – positivamente – il fanciullino di Pascoli. Domenico traghetta e Imma fa accomodare. Sono la coppia perfetta, quella coppia perfetta di giovani che un turista culturale sogna di incontrare nei suoi viaggi. Ti sorridono, autoironici, ti danno spiegazioni, spontaneamente si preoccupano per te, cercano di capire se sei soddisfatto, vogliono placare la tua sete di conoscenza del territorio e lo fanno incondizionatamente.

Chiunque serve ai tavoli e da una mano in cucina diventa abitante del posto. Ashu e Sonyne sono una conferma. Perfetto esempio di integrazione culturale e linguistica. Anche loro sono ormai Furore e non di Furore.

Dicono che Furore è un paese senza piazza, dunque il paese che non c’è. La piazza è Bacco, dove il turista si rallegra vedendo la gente del posto che entra e porta i pomodorini freschi, i limoni, e tutto quanto di locale e fresco si possa trovare sul territorio. E’ il luogo dove il parroco entra e si sente a casa propria e tutto questo agli occhi di un turista o viaggiatore ha un valore inestimabile.

Domenico mi indicava le strade, ma suo padre mi consigliò di perdermi e io lo feci senza esitare. Nel mio portafogli ho ancora la sua lista di soggetti da fotografare. Si perché suo padre è Furore, in tutte le sue accezioni, in tutte le versioni di questa lunga storia che stava per snodarsi di fronte ai miei occhi. Lui, il padre di Domenico e Letizia, il marito di Erminia, il nonno e un po’ il papà di tutti ai miei occhi è parso lo scrittore, quello profondo e nello stesso umile, l’autore di questa affascinante e misteriosa storia.

Dove sono i vecchi, mi chiedevo. Dove sono questi volti? Dove sto andando e perché seguo questa narrazione. Troverò indizi al Fiordo, ma per ricostruire cosa? Forse sto fuggendo.

Sentieri e scorci tra i vitigni dove vaghi ricordi miei affioravano. Chiese dopo sentieri e poi persone che mi chiedevano chi fossi e ancora io cercavo di combattere pensieri vaganti. Non capivo se stavo riflettendo la mia vita in quello che vedevo, se quello che mi portavo dentro e che volevo dimenticare si stava specchiando all’esterno, ovunque, oppure quel paesaggio stava emblematicamente assorbendo tutto, liberandomi da ogni forma di dipendenza dal mio passato. So soltanto che dopo un giorno dimenticai di essere me stesso lasciando progressivamente spazio a Furore. E lo capii meglio, quando catatonico guardavo il gallo al tramonto, cercando l’angolazione giusta per sottrarre il superfluo e finalmente riuscire a guardare quell’oltre che vedevano loro, ogni volta, in modo diverso.

Il diaframma della mia macchina fotografica si apriva e sfocava ciò che disturbava l’occhio. La messa a fuoco sempre più veloce e precisa su oggetti del passato, come indizi di questa storia che mi affannavo a ricostruire. Ma il tempo è un’illusione, il tempo non esiste mi ripetevo, mentre mi sentivo ripetere di che entità fosse permeato lo spazio in cui mi trovavo.

Bacco aveva capito che non ero un turista. Mi tolsi la maschera e scoprii di non essere più un antropologo culturale da tempo quando mi trovai completamente immerso nel paesaggio dell’anima. Perché ero lì? Mi ricordai di essere un fotografo solo quando realizzai di aver scattato diverse foto. Ma perché proprio quelle? Non erano ancora le immagini che la storia voleva da me. Non la conoscevo ancora tutta quella storia, e per quel po’ che arrivai ad intuire capii di non aver fatto ancora nulla. Ma non ero fuori strada. Quello era solo l’inizio.

Vedo così anche te turista o viaggiatore: scendi, risali, ti perdi per andare, ti perdi per venire, ma non smarrisci il senso del tuo viaggio. Loro sono lì come un punto fermo. Non li rivedrai o forse sì, ma ti ricorderai di loro e ti ricorderai del contenuto delle loro storie, della maniera autentica e singolare in cui ti sono state raccontate queste storie e ti chiederai cos’è cambiato di te quando te ne sarai andato. Non saprai decidere se ti sei innamorato della storia o il modo in cui ti è stata raccontata. E se la storia fosse proprio questa?

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