Articolo di Silvia Siniscalchi

Custode di storie e sentieri interrotti, abbraccio d’anime e muscoli in movimento, alchimia di archetipi sonori e visivi, sciabordio d’acqua trasparente e amara attraverso un viaggio lungo 50 minuti: è il “Mediterraneo” di Pasquale De Cristofaro, suggestivo e riuscito spettacolo di sperimentazione teatrale realizzato con i testi di Andrea Manzi, le coreografie di Annarita Pasculli e le musiche dal vivo di Paolo Cimmino.
Inserito in una trilogia drammatica firmata da Manzi con la regia di De Cristofaro in programma presso la Fondazione Teatro Città di Mercato S. Severino, “Mediterraneo” – che sarà seguito da “Ring” (in scena il prossimo 12 febbraio) e “Blackout” (con cui la rassegna si concluderà il 26 marzo) – narra il dramma dei migranti e del loro viaggio sulle acque di un mare che li destina alla vita ma anche alla morte. Vestiti di stracci e frammenti di memorie, trafitti dall’angoscia di un tragitto che ne scarnifica i corpi e le anime precipitandoli verso il baratro di un’umiliante alienazione, i migranti di Manzi e De Cristofaro sono ombre svuotate, senza più anima e colori, simili ai prigionieri di un lager, crudelmente distanti dai personaggi dei logoi e delle storie sociali e collettive raccontate da Fernand Braudel. La loro disarmonia interiore è perfettamente narrata dalle coreografie di Annarita Pasculli, nel richiamo e nel rimando continuo della danza al testo, grazie all’indubbia bravura di otto “danzattori” (tre professionisti – Patrizia Inzaghi, Antonello Apicella e Simone Liguori – accompagnati da cinque allievi del Liceo Coreutico Statale Alfano I di Salerno), i cui corpi recitanti, intensamente espressivi, eseguono movimenti ispirati al “tanztheater” di Pina Bausch.

Le nitide parole del testo di Manzi, esaltate dai toni trasparenti e cristallini del giovane Paolo Aguzzi, scolpiscono nette, come sul marmo, le forme del dolore sotterraneo e muto di questi viaggiatori coatti, le cui ombre grigie e alienate sono sballottate sull’acqua, fredda, anonima, indifferente. Vi fanno eco una serie ininterrotta di pose plastiche, con cui gli otto danzattori eseguono sulla scena veri e propri “arpeggi” corporei, ora energici e disarticolati, ora fluenti e sinuosi, perfettamente sincronizzati con le magie sonore di Paolo Cimmino, abile rievocatore di atmosfere ancestrali e contemporanee (anche grazie a un sapiente mix tra voce e percussioni con i suggestivi effetti di raffinati ed elaborati sintetizzatori), raggiungendo le memorie più profonde e primordiali della civiltà umana. Ma il torpore morale degli uomini e delle donne senza più speranze, imbarcati per una meta indistinta e somigliante al nulla, non dura a lungo: travolti dal vento e dalle onde, assistono impotenti alla scomparsa del piccolo Mohamed, un bambino fragile e indifeso, che finisce con il soccombere al viaggio. In un suggestivo quadro di luci e atmosfere quasi caravaggesche, la sua esile figurina morente, avvolta dalle braccia dei compagni e trasportata sulle onde (efficacemente simulate da un drappo bianco teso tra i danzattori su uno sfondo di luci blu), restituisce dignità e volto ai migranti allucinati e sperduti del Mediterraneo, riconsegnando a ciascuno di essi un nome, con la capacità di sognare e di vedere attraverso gli occhi di Mohamed le bellezze e le miserie dell’esistenza. Ed è proprio a tale visione intima e toccante che conduce la video-animazione di Enzo Lauria, con cui lo spettacolo volge al termine, rievocando il “sogno” dell’Africa e delle sue dolorose contraddizioni, tese tra la vita e la morte, quali archetipi prototipi dell’umanità e dell’intero creato.
Lo spettacolo raggiunge così il suo acme in un anelito alla vita e alla speranza, ricompattando la scena in un affranto “mare nostro”, emblema di una preghiera di salvezza che ciascun uomo finisce con il pronunciare mentre resta inchiodato alla propria croce.

By | 2017-12-06T22:02:22+00:00 December 18th, 2014|Events, teatro, Uncategorized|0 Comments

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